TERREMOTO DEL BELICE: IL DISASTRO SENZA FINE

 

 

Notte tra il 14 e il 15 Gennaio 1968, terremoto del Belice, quasi 400 morti, un migliaio di feriti, circa 98000 persone rimaste senza tetto: una ferita nel cuore della gente che ancora oggi rimane aperta.

Questo terribile e violento terremoto, colpì con due scosse particolarmente intense la zona del Belice della Sicilia occidentale, tra Palermo, Trapani e Agrigento.

Fu di una forza talmente devastante da distruggere quasi interamente Poggioreale, Montevago, Santa Margherita Felice e Gibellina.

E’ una delle maggiori catastrofi, avvenute nel dopoguerra, a cui si assommeranno numerose difficoltà ed errori, tipici degli altri disastri del nostro paese: il ritardo dei soccorsi, la mancanza di preparazione dello Stato, i madornali errori della fase di ricostruzione, l’emigrazione forzata delle popolazioni e il degrado disarmante di chi, rimasto sul luogo suo malgrado, ha dovuto vivere per anni nello squallore delle baracche.

A seguito del disastro, diversi artisti dedicarono le proprie opere per la ricostruzione della zona e per la riqualificazione della vita delle popolazioni di quei luoghi, per gli anni a venire.

A tal proposito, la regione del Belice fu per molto tempo, un luogo soggetto a notevoli cambiamenti, ambientali, strutturali, sociali, tanto da divenire un simbolo nella storia del nostro paese.

Gli anni successivi al terremoto non furono affatto semplici: nel Marzo del ’68, una rappresentanza della popolazione si diresse a Roma, in segno di protesta, al fine di ottenere il “via alla ricostruzione” e la fine della vita nelle baracche.

Aldo Moro, al tempo era presidente del consiglio.

Un gruppo forte, unito dalla disperazione e dal dolore, raccoltosi sotto il parlamento, urlò con quanta voce aveva nei polmoni: “Moro, dai i soldi ai siciliani!!”

Grazie a questo intervento di massa, la Sicilia ottenne la legge per la ricostruzione e lo sviluppo della valle siciliana.

Le prospettive di svolta e di ripresa annunciate purtroppo, non vennero soddisfatte per oltre dodici anni!

Nel ’70 Danilo Dolci, tra i principali protagonisti che hanno stabilito rapporti tra amministrazioni e la popolazione del Belice, diede vita alla prima radio libera italiana, “Radio Libera di Partinico” e realizzò una trasmissione clandestina, che aveva l’intento di denunciare i malfatti e le condizioni di estremo degrado, in cui versava la popolazione.

A due anni dal terremoto, dichiarava il disimpegno dello Stato e gli sprechi di denaro pubblico nella ricostruzione.

La radio, come prevedibile, riuscì a trasmette per pochissimo, addirittura soltanto 27 ore dopo l’apertura, venne chiusa da un azione della polizia!

Le condizioni non migliorarono, e chi non potè emigrare, continuò a vivere nelle baracche, tanto che venne proposto di creare una sorta di servizio civile alternativo al servizio militare, per poter aiutare la valle del Belice nelle opere di ricostruzione.

Il governo venne addirittura dichiarato “fuorilegge” per non aver rispettato la legge!

Questo è ciò che di raccapricciante non è stato fatto, nondimeno ciò che venne fatto successivamente per l’effettiva ricostruzione, fu un ulteriore disastro!

L’architettura con cui è stata ricostruita non rispecchiava assolutamente i modelli tradizionali della zona e non era in grado di rispondere alle esigenze della popolazione.

Le tipologie utilizzate dagli ingegneri, non erano in linea con la soggettività della valle e rispecchiavano modelli di architettura scandinavi desueti e rispolverati per “l’occasione”.

L’architetto Calogero di Stefano disse: “Ricostruire un paese del Trapanese, come se fosse un quartiere danese, non rispetta minimamente la cultura e le tradizioni del popolo”.

Poggioreale rimane un emblema di questa realtà priva di significato.

La ricostruzione del Belice è il risultato bizzarro di un laboratorio di sperimentazione architettonica, del tutto indifferente alle necessità sociali e strutturali del luogo.

Furono molti anche gli artisti contattati per la realizzazione di opere d’arte da inserire in quel contesto, degna di nota è senz’altro la “Porta del Belice”, che si incontra per raggiungere Gibellina: una stella in acciaio alta 24 metri di Pietro Consagra.

Sono molteplici i “marchi” di questa interminabile tragedia, che hanno saputo trascinare il dolore nel presente, attraverso una “stella”, lungo un “Giardino segreto”, (di Francesco Venezia) fin dentro alla “Chiesa sferica” (di Ludovico Quadroni).

 

 

 

SOGNANDO…MINA

 

Me ne sto lì seduta assente
con un cappello sulla fronte
e cose strane che mi passan per la mente.
Avrei una voglia di gridare
ma non capisco a quale scopo
poi d’improvviso piango un poco
e rido quasi fosse un gioco.
Se sento voci non rispondo
e vivo in uno strano mondo
dove ci son pochi problemi
dove la gente non ha schemi.
Non ho futuro né presente
e vivo adesso eternamente
il mio passato è ormai per me distante.
Ma ho tutto quello che mi serve
nemmeno il mare nel suo scrigno
a quelle cose che io sogno
e non capisco perché piango.
Non so che cosa sia l’amore
e non capisco il batticuore
per me un uomo rappresenta
chi mi accudisce e mi sostenta.
Ma ogni tanto sento che
gli artigli neri della notte
mi fanno fare azioni non esatte.
D’un tratto sento quella voce
e qui comincia la mia croce
vorrei scordare e ricordare
la mente mia sta per scoppiare
E spacco tutto ciò che trovo
ed a finirla poi ci provo
tanto per me non c’è speranza
di uscire mai da questa stanza.
Sopra un lettino cigolante
in questo posto allucinante
io sogno spesso di volare nel cielo.
Non so che male posso fare
se sogno solo di volare
io non capisco i miei guardiani
perché mi legano le mani.
E a tutti i costi voglion che
indossi un camice per me
le braccia indietro forte spingo
e questo punto sempre piango.
Mio Dio che grande confusione
e che magnifica visione
un’ombra chiara mi attraversa la mente.
Le mani forte adesso mordo
e per un attimo ricordo
che un tempo forse non lontano
qualcuno mi diceva t’amo.
In un addio svanì la voce
scese nell’animo la pace
ed è così che da quel dì
io son seduta e ferma qui…

 

GRAZZANO VISCONTI E I SUOI FANTASMI

 

 

 

Chi di voi, dovesse aggirarsi nella provincia piacentina, potrebbe imbattersi improvvisamente nel passato e come in un perfetto salto nel buio, potrebbe trovarsi di fronte ad un borgo dall’architettura del tutto insolita, in perfetto stile trecentesco.

Un ultimo borgo medievale ritrovato? Purtroppo no! Si tratta di un vero e proprio “falso storico”. Il suo nome sostiene il “gioco”, Grazzano Visconti, sembra provenire dal passato e racchiudere in sé una parvenza di nobiltà.

In verità, si tratta della mirabile opera del conte Giuseppe Visconti di Vimodrone, che ha voluto ristrutturare totalmente un piccolo paese di modeste case arroccate intorno ad un castello secolare, ormai in uno stato di avanzato degrado.

L’impatto decisamente anacronistico, che si prova addentrandosi tra le vie del borgo, è sicuramente piacevole.

La mente della rinascita di Grazzano è l’architetto Alfredo Campanili, che ha saputo magistralmente riportare il castello ad un nuovo splendore.

Venne eretto alla fine del 1300 e prima del restauro decisivo, subì diversi tentativi fallimentari di ristrutturazione, fino a che venne ridotto ad una sorta di rudere usurpato da contadini.

Oggi invece, nella sua nuova veste, è rinato come emblema di un mondo antico recuperato e calato nella modernità. Non tutto però può essere ricostruito o restaurato. Non tutto può essere riprodotto, neanche da un genio umano…

Dalle pieghe dell’antichità, posso riemergere avvenimenti, cancellati , relegati ai margini, ma che se pur sbiaditi, sono in grado di rimpossessarsi del presente ed imporsi nella contemporaneità.

L’opera di Visconti e Campanili, per quanto meravigliosa, attribuisce al “borgo moderno” un ruolo di palcoscenico teatrale per un unico indiscusso protagonista, il castello che con i suoi secoli sulle spalle, si veste di una sacralità, di cui un borgo contemporaneo non può fregiarsi.

Infatti, i fantasmi e le anime dannate, vagano e si rinchiudono in quei luoghi, che hanno attraversato i secoli uscendone ancora vivi e pronti a supportare il “carico mitologico”, appartenente a queste figure, così ricche di mistero.

Il castello di Grazzano, non viene meno al suo impegno “storico” ed infatti diviene garante

delle verità nascoste di queste zone…

Proprio nelle prossimità del centro del borgo, oltre la siepe, si può scorgere una statua curiosa dalle modeste dimensioni, una piccola donna paffuta, con braccia corte e dal volto combattuto tra felicità goliardica ed un sottile velo di tristezza: il suo nome è Aloisa.

Si tratta del ritratto di una giovane donna, che disegnò sé stessa tramite la mano di una sensitiva, per contatto medianico, durante una seduta spiritica.

La leggenda afferma che, durante il medesimo incontro, la donna raccontò le sventure che le accaddero mentre era in vita. Ciò le consentì, attraverso la catarsi dell’anima, di risorgere da una sorta di “damnatio memoriae”, nella quale era stata rinchiusa sino a quel giorno.

La giovane sposa dal nome Aloisa, venne tradita dal marito, capitano dell’esercito e per questo perì fino a morire. Da quel momento, spirito inquieto, vaga per i lunghi corridoi del castello e attraverso il borgo.

Spirito nondimeno “burlone” è noto anche per i suoi atteggiamenti decisamente poco delicati: capita spesso che schiaffeggi le donne, soprattutto se si “permettono” di visitare il castello in compagnia del proprio fidanzato o marito…

La tradizione vuole infatti che i visitatori, per adulare lo spirito, portino omaggi alla statua, che in cambio darà protezione a tutti loro, ma soprattutto alle innamorate.

Questo ha fatto si che Aloisa, per le sue sventure terrene e per i benefici che regala alle donne “in amore”, sia diventata una sorta di San Valentino al femminile.

 

Il fantasma di Grazzano quindi, “esiste” realmente oppure si tratta di una mera trovata pubblicitaria, considerato che in fondo tutto il borgo è, a tutti gli effetti, un falso storico?

Tuttavia, è sufficiente aggirarsi per le vie del paese, parlare con la gente, per accorgersi che Aloisa è qualcosa di più di una semplice trovata turistica.

Si respira nell’aria un senso di attesa, di speranza, che qualcosa si renda manifesto… in fondo Aloisa fa parte del modus  vivendi degli abitanti di laggiù.

Ci sono state nel corso dei decenni anche vere e proprie indagini approfondite, ci sono stati giornalisti che sarebbero pronti a testimoniare che, durante sopralluoghi, si sono verificati fatti insoliti…

La domanda è sempre la stessa, in queste situazioni: verità o suggestione?

Questo non spetta a noi decretarlo, di certo atmosfere surreali come queste non lasciano indifferenti neppure i più scettici e certamente consentono ai sognatori di volare…quindi, a cosa serve scoprire LA VERITA’?