gennaio 30, 2008

BERLINO ANDATA E NON RITORNO: APOLOGIA DELLA NEW YORK DELLA SPREA

Posted in IL MONDO DELLE CITTA' tagged , , , , , , a 5:36 pm di biaraven

Giugno 2005, libreria Mondadori, dentro uno dei tanti centri commerciali. Un’estate torrida, disarmante, la ricerca di un’emozione, l’ennesima, per mettere a tacere la noia assassina.Mi guardo intorno e senza troppa attenzione, sbircio tra gli scaffali, in cerca del mio libro, quello adatto a quel preciso momento. Eccolo, sì non c’e’ dubbio: “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”. Perché non rileggerlo? In fondo, ciò che puoi comprendere di una lettura, a tredici anni, è senz’altro differente da ciò che puoi scoprire a 25.Torno a casa e mi dedico subito alla lettura, sono sola in casa, un buon sottofondo musicale e un po’ di sana aria condizionata. E’ stato questo l’incipit di una passione, di una curiosità, nata tra le righe di un documento-denuncia della realtà della Berlino di fine anni settanta, raccontata attraverso gli occhi di Christiane, poco più di una bambina, che incontra la droga e  che finisce per non conoscere la vita. Un libro che non parla però soltanto di droga, ciò detto sarebbe estremamente riduttivo, parla ancora prima del senso dell’esistenza, racconta tutto il mondo del male, quello che l’uomo ricrea con le sue stesse mani, una strada che porta all’inferno, un inferno che ricorda alla lontana quello di Dante e dei suoi gironi, i cerchi della dipendenza, il vortice che si conclude con l’eroina e con la morte, l’ultima dose consumata nel secondo zoo più grande del mondo: LO ZOO DI BERLINO.E’ attraverso gli occhi verdi di questa bambina che è nato il mio amore, sublime, puro per una città, che ognuno di noi potrà conoscere a suo modo, una città che chiunque vedrà in un modo differente, Berlino poliedrica, dai mille volti, emblema dell’ecletticità. Potrete vederla nel giorno, in cui decide di indossare l’abito migliore e di smettere per un attimo di essere un eterno cantiere, una laboriosa metropoli. Può darsi invece, che la conoscerete in una giornata grigia e questo basterà per poter respirare tutta l’ansia di un luogo proiettato verso il futuro, una capitale in continuo divenire, con i suoi lavori in corso e le sue gru, in preda alla ricerca di allontanarsi il più possibile da un passato che le sta stretto. Berlino, nuova o vecchia  che sia, fugge lontano, il più velocemente possibile, per riempire un vuoto che porterebbe a ripensare a ciò che è stato, ma questo ora non è ancora possibile, è troppo presto, fa ancora troppo male: per quanto si vesta del suo abito migliore, non basta neppure il trucco, per coprire le sue ferite. Forse, ha ancora bisogno di essere curata. E allora intanto corre. Non pensiate di essere sicuri di ciò che leggerete sulle guide, che acquisterete per visitarla! E’ probabile che, dove prima era situato un ristorante di lusso all’ultima moda, troverete soltanto ponteggi, per la costruzione di un qualsiasi edificio. Lo garantisco personalmente, non penso di avere trovato neppure uno dei locali, indicati da una guida accreditabile, pubblicata nell’anno in cui ho compiuto il mio viaggio!Appena dopo la caduta del muro, la città riunificata, in preda ad un delirio produttivo, creava con la velocità di un battere di ciglio e nel medesimo tempo, faceva sparire nel nulla. Nascevano locali e discoteche ovunque, persino in appartamenti privati, per svanire pochi giorni dopo.  Avrei voluto conoscere Christiane, perché mi sono affezionata a lei, alla sua storia, alla sua terra, ma ho avuto paura: così, come ho conosciuto la prima volta Berlino attraverso le   pieghe della sua vita, così una volta giunta sul suolo berlinese, ho voluto conoscere Christiane, tra i vicoli della sua città. Si è trattato di un intreccio sorprendente di vite vissute, tra il dolore e la follia. Una somiglianza disarmante tra le due vite, una città e una bambina,  unite da un muro che ha diviso le loro esistenze esattamente a metà.Da un lato, l’incomunicabilità di una bambina alle prese con un padre violento, che picchiava la figlia se la catena della bicicletta si era rotta, se la giornata era andata semplicemente per il verso sbagliato. Una storia di droga, che inizia molto prima della prima dose, una storia che nasce da una frattura familiare, dal muro invalicabile dell’incomprensione.Dall’altro Berlino, divisa fisicamente da un muro, quello del razzismo, del pregiudizio. “Il muro di Berlino era entrato nelle ossa e nella pelle della gente. Attraverso il cervello, il cuore, le viscere dei berlinesi.”  Yadè Kara Un giorno però qualcuno scrisse: PRIMA O POI TUTTI I MURI DEVONO CADERE.Questa è divenuto il senso dell’anima di Berlino, lo spirito che tutt’oggi fa bruciare la passione di questa Metropoli. “Perché vai a visitare Berlino? In Germania? Con il freddo?” questi sono stati i commenti dei più, delle persone forse più sane di mente, abituate al caldo dei tropici, o di chissà quale isola sperduta del Pacifico. Io che ho sempre adorato le ambientazioni “dark”, io che ho fatto del pessimismo cosmico leopardiano un credo, una filosofia di vita, come potevo non desiderare Berlino? Come potevo rispondere loro? Come potevano comprendere la mia sete di conoscenza, la mia curiosità irrefrenabile, per una città che non mi avrebbe deluso mai, con il suo eterno mutamento, avrebbe potuto soltanto allettare un animo instabile come il mio. Come spiegare che lì, tutto è più chiaro, persino il Panta rei di Eraclito, la provvisorietà berlinese, dimostra l’eterno divenire e sposandosi con la teoria socratica, ti accorgi di come il processo dell’erudizione sia inesauribile. Ogni cosa cambia e così anche la tua conoscenza diviene insufficiente, allora ecco rinascere il desiderio, la curiosità di sapere cosa c’è di nuovo… E’ così, che ho iniziato ad amare la capitale più potente del mondo, eppure in bancarotta. Attraversavo le sue strade, in buona parte rinnovate a più di 15 anni dalla caduta del muro, cercavo Postdamer Platz, dove Christiane abbordava i taxisti e le auto che passavano di là, quando voleva aiutare il suo ragazzo Detlef, in crisi di astinenza, per evitare che lui stesso si prostituisse. Lì, i clienti erano peggiori, che da altre parti…Trovai la piazza, che per anni rimase il grande vuoto di Berlino, un area di incalcolabili dimensioni, totalmente nel fango, sovrastata da impalcature e cartelli “vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori”, ma la scoprii totalmente ricostruita, con i migliori palazzi e centri commerciali, piccoli grattacieli, illuminati, da farla sembrare di notte, una via di New York.Avrei voluto conoscerla, quando i più noti architetti del mondo facevano a gara per creare un progetto, che fosse il migliore per ricostruirla. A quel tempo, avrei potuto cogliere la desolazione di Berlino post muro e nel medesimo istante, la paura di una bambina combattuta tra l’innocenza e la prostituzione, tra l’amore per il suo Detlef e  la necessità dell’eroina.    Qualcuno disse che Berlino è la città dei single, quale cosa più falsa è stata scritta: ogni berlinese è unito indissolubilmente alla città, un’ unione ancestrale, che non lo fa sentire solo, anzi gli dà la presunzione di camminare spesso in “solitudine” attraverso i parchi, come se “si bastasse da sé”. “2000 anni fa la frase più fiera che un uomo poteva pronunciare era: Sono un cittadino di Roma. Oggi, la frase più fiera che un uomo può dire nel mondo libero, è: SONO UN BERLINESE.” John Kennedy (26 giugno 1963) discorso al Municipio di Schoeneberg  Io credo di poter affermare con orgoglio, di essere una cittadina libera, che ha trovato la sua patria e un’amica dagli occhi verdi.                                                                                        

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